
Storia della Prima Decade
Dieci anni di The Project: 2016-2026. Non è certamente tempo di bilanci, anche perché i bilanci non li sopporto: numerici o di vita che siano.
The Project è un progetto, un cammino, un percorso di vita, una visione, un pensiero: mai uguale a se stesso, ma con centri gravitazionali imprescindibili e fermi. The Project riguarda anche i miei cani, i miei Siberian Husky. Senza di loro, quasi sicuramente, non avrebbe avuto inizio. In dieci anni i miei cani, compagni del mio viaggio quotidiano e freddo, sono diventati dodici: in loro ci sono le molte età che ho attraversato e nei loro occhi l’eco delle mie molte forme di esistenza.
Con Indi e Ciuk nasce The Project: un’indagine sul rapporto introspettivo e personale tra me e la natura. Successivamente, questo indagare si è espanso, quasi con andamento sinergico assieme alle forze del Cosmo. La riflessione è diventata macroscopica: l’essere umano come essere ecologico ha preso il sopravvento nella mia ricerca, provando a carpire il senso e il significato di come la nostra vita sia in totale disequilibrio con la Madre Terra.
Con Indi ho iniziato a camminare, percorrendo montagne e vallate, dormendo in tenda e incominciando a comprendere in generale il cane: nella sua forma, nel suo temperamento e nel suo silenzio. Il monopattino è stato uno dei primi mezzi con cui abbiamo iniziato a correre. Con l’arrivo di Ciuk, la slitta ci ha portato nel mondo del mushing: l’inverno stava diventando una stagione che avremmo imparato a chiamare casa.
The Project, col tempo, ha incominciato ad evolversi provando a rispondere a queste domande: perché l’essere umano è in crisi con la Natura? Perché ne è diventato un corpo estraneo? Quali sono le cause di questo disequilibrio? Il processo di civilizzazione è stata la risposta. Una risposta certamente non definitiva che lascia aperti nuovi interrogativi, ma che sicuramente ritengo sia un postulato fondamentale da cui partire: l’affermarsi della Civiltà rappresenta il principio, l’alpha della crisi dell’umanità.
Arrivano Adi e Tulku e le spedizioni invernali sulle Alpi: durante queste esplorazioni ho compreso come la montagna, oggi, sia un ambiente che definirei annullato da un punto di vista naturale, nel rapporto con la terra e con l’uomo alpino. Tutto è costruito per renderlo schiavo di dinamiche totalmente consumistiche (e turistiche): la montagna stessa, in quanto tale, smette di essere luogo e diventa scenografia per ogni tipologia di attività antropica deviata. L’equilibrio non solo è compromesso ma in molti casi risulta essere irrecuperabile: il livello di coscienza è basso e ormai la separazione in due razze umane si manifesta in maniera consistente. Ai più, detrattori o meno, le mie riflessioni appaiono utopiche e ideologiche. Io le definisco radicali e realiste, pugni nello stomaco che ci stanno dicendo svegliamoci.
Con Tayen e Dolly, l’Artico si presenta nelle nostre vite e ci investe con tutta la sua dura realtà. Den, Askan e Vittra cristallizzano, con gli altri membri del team, la via esplorativa tracciata da The Project e come la sua linfa vitale possa essere tratta dal vivere al Nord, sempre più a Nord. E Vittra, il mio primo cane nato in terra svedese, suggella il nostro legame con questa parte di mondo situata molto oltre il 60° parallelo. Le terre fredde del Nord rappresentano un nuovo sviluppo: The Project si radicalizza, per alcuni dei suoi aspetti e ideali, e allo stesso tempo diventa di più ampio respiro con l’integrazione di spunti spirituali, filosofici, artistici e antropologici. Proprio su quest’onda, a supportare il progetto come cassa di risonanza, nasce l’Associazione Culturale Jaranga: una comunità di intenti e valori poggiata proprio sui principi che The Project porta avanti e il desiderio di comunicare, di creare, di fare la propria parte.
Alla mie spalle ho lasciato molto, non senza delusioni e amarezze. Più restavo saldo sui miei principi più mi allontanavo dal mondo dello sleddog italiano di cui ho per anni fatto parte: un ambiente incancrenito, falso, autoreferenziale e autocelebrativo in cui i cani spesso sono solo meri strumenti per soddisfare ego, sete di notorietà, inseguimento di vacua fama, e sono altrettanto spesso trattati con sufficienza e in alcuni casi rimpiazzati, sostituiti solo perché non più soddisfacenti alla performance. Ho legami di amicizia con alcuni musher italiani che stimo e da cui ho imparato molto, eccezioni ormai lontane dal circo ufficiale.
C’è chi invece è entrato a far parte della nostra vita, in modalità più o meno inaspettate, condividendo passioni, idee e arricchendo il nostro percorso.
Kaufiaq si palesa e la sua coscienza emerge chiaramente durante i primi mesi. Man mano che cresce decide di imparare a guidare la muta. In qualche modo mi parla.
Gli inverni in Svezia diventano un appuntamento per portare avanti The Project e la permanenza aumenta di anno in anno: The Way, Inspire e questo ultimo lungo inverno a pianificare la prossima spedizione vengono vissuti assecondandone ideali e principi. Ormai è un pensiero fisso nella mia mente, presente nel mio spirito e sigillato nelle mie cellule: per recuperare l’equilibrio con la natura dobbiamo iniziare ad immaginarci lontani dalla civilizzazione e operare per abbattere i pilastri fondativi della Civiltà stessa, assieme alla sua società tecnologica-industriale. Questa è la parte del messaggio più potente del progetto, la parte più ostica da far digerire e comunicare.
The Project cresce, muta, evolve. Assomiglia ogni giorno di più ad una creatura a cui voglio bene. È cresciuto come sono cresciuto io, come sono cresciuti i miei cani (anche di numero). E ora, con Áile e Orion nel team, ci avviamo insieme in un nuovo capitolo di questa storia, a Nord.
Con The Project non può esserci un bilancio: The Project non può finire.
E non finirà.
Mai.
Fra Indi
Foto di copertina by Samuele Cavicchi


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