THE WAY 2022 – UN NUOVO INIZIO

Penso che The Way mi abbia cambiato. Ha cambiato me, i miei cani, il mio rapporto con loro e il loro rapporto con me. The Way segna visceralmente un altro inizio della mia vita. Ha cambiato la percezione che ho delle interconnessioni tra esseri viventi e non; ha cambiato e radicalizzato in me la visione di una natura sovrana, con leggi chiare, limpide, vere. L’essere umano è tremendamente piccolo e insignificante per l’esistenza di questo piccolo pallino blu disperso nella Via Lattea. Non si scampa: o si è con la natura o si è con la Civiltà. Non ci si può nascondere o sottrarre da questo schieramento.

The Way è stato tutto e il contrario di tutto. Ogni programma saltato; ogni piano e itinerario completamente rivisto. Parte della pulka che avevo con me alla mia prima partenza ha subito dei danni tali da diventare inutilizzabile. Anche la slitta e il mio carico iniziale di provviste per i giorni programmati si sono dovuti arrendere al meteo, al clima, agli imprevisti ed adattarsi ad un nuovo inizio. D’altronde, la natura non chiede nulla all’essere umano se non una cosa: la capacità di adattamento. Invece, soprattutto l’Uomo della Civiltà, manipola e plasma la natura a sua immagine e somiglianza, come un nuovo dio, rompendo ogni equilibrio, ogni legge, ogni norma.

Non posso non pensare alle persone che mi hanno aiutato, quando sono dovuto rientrare dopo i primi due giorni causa problemi e maltempo, e dato un alloggio a me e ai cani per permettermi di riparare quanto si era danneggiato e così poter ripartire per la nostra spedizione. A ben guardare, anche questo è stato The Way: la possibilità di arricchirmi conoscendo persone solidali e altruiste.

A pochi giorni dalla ripartenza, la gente locale si avvicinava un poco curiosa ai miei cani venuti da lontano. Sei paia di occhi e orecchie attenti ad ogni dettaglio di una terra così diversa da quella di origine, sei nasi rivolti in alto in direzione del vento. Sei cuori in trepidante attesa di partire, di percorrere sentieri che conducono ad orizzonti senza confini e barriere. Persone silenziose, quelle conosciute, ma dallo sguardo attento. Svolgono le loro attività quotidiane con cadenze strettamente legate alla luce e alle condizioni climatiche, senza fretta, senza pretese. Scrutano me e i cani, ogni tanto si avvicinano dicendo “freddo oggi” oppure “sarà dura là fuori in questa stagione”. “Questa potrebbe servirti, te la presto”, e mi vedo appoggiata sulla slitta una grossa pelle di renna.

L’immenso bianco, che nasconde in sé ogni sfumatura di colore, si estende fin dove lo sguardo riesce ad arrivare, lasciando poi spazio al cielo. Il vento è presenza costante che sferza o accarezza in base al temperamento della giornata: sono i suoi luoghi, è la sua casa. E poi quelle luci: manifestazione così forte da commuovere anche l’animo più distratto. Vie di luce in continuo mutamento si snodano nel cielo notturno con un ritmo incomprensibile all’occhio umano: è lo spirito della terra che si rivela in una danza silenziosa e imprevedibile nelle notti serene dell’artico. Le chiamano “Luci del Nord”.

The Way mi ha cambiato. Il mutamento, la metamorfosi: principio basilare per ogni adattamento. E quanta fatica fa a cambiare l’essere umano della Civiltà, proprio perché incapace di adattarsi.

I miei cani ed io abbiamo conosciuto la durezza e l’asprezza dell’artico: venti, bufere, nevicate e ghiaccio hanno accompagnato i giorni di spedizione. Un solo e singolo giorno di bel tempo per apprezzare la ricchezza della luce solare. Adi, Tayen, Tulku, Dolly, Indi e Ciuk sono stati i miei occhi, i miei arti, la mia mente. A loro mi sono affidato nei momenti di difficoltà, quando la visibilità era pressoché nulla e la bufera ci impediva di raggiungere il luogo adatto per montare la tenda. Ad Adi va un encomio: siberiano bistrattato dagli “esperti” della razza e delle competizioni solo per la sua piccola statura. È invece un cane da un grande cuore, un cane pensante, che nel pieno dell’ondata più forte e violenta di mal tempo non ha esitato a prendere su di sé la responsabilità di tutti noi, assecondando il suo istinto e portandoci giù da quelle montagne, dandomi così la possibilità di montare la tenda, nostra jaranga, che mai come in quei giorni è stato rifugio accogliente per tutti.

The Way è stata la notte all’addiaccio con i miei cani, coperti dalla neve, in cui abbiamo dovuto far fronte ai forti venti che imperversavano su di noi e sulla slitta: quindici ore nel sacco a pelo, cercando di rimanere sveglio il più possibile per mantenere in movimento mani, piedi e dita. Rivedo davanti a me la piccola cabin d’emergenza, trovata il giorno seguente, che mi ha regalato il tepore del fuoco, avendo così modo di asciugare l’attrezzatura bagnata nella notte passata a dormire sotto la coltre nevosa.

I momenti in tenda, stanchi e soddisfatti, in cui non ho mai risparmiato carezze e complimenti ai miei prodi amici, perché anche per loro l’artico è stato una grande prova. Eppure, anche con un certo stupore da parte mia, non hanno mai mostrato cedimenti psicologici o fisici; certo, durante la bufera sono sembrati un poco spiazzati, ma solo all’inizio. Ai miei cani non potevo chiedere di più: mi hanno guidato verso quello che ho cominciato a chiamare il nostro sogno ai confini di un mondo.

Quando in slitta, attraversando laghi ghiacciati, ho visto le tende e le piccole capanne in legno dei Sámi (vuote perché abitate prevalentemente in primavere ed estate) ho percepito con più forza come la natura lì, tra quelle valli e quelle montagne, tra quegli altopiani e quelle distese bianche, scandisca e decida il ritmo della vita di ogni vivente, dagli animali agli esseri umani. Ogni cosa lì è figlia di quel luogo e ogni cosa a quel luogo così duro e aspro deve la vita. Il territorio, l’ambiente, la natura vengono prima di qualsiasi altro profitto od interesse. Credo di non avere solo attraversato una piccola parte di circolo polare artico: l’ho proprio visto, toccato, vissuto.

La solitudine è stata molta: superando i passi, attraversando piane e foreste di piccole betulle, tra gli occhi discreti di uccelli e alci. La solitudine è stata onnipresente, a tratti gioiosa e a tratti opprimente. La sensazione di essere l’unico essere umano nel raggio di decine e decine di chilometri spesso è stata lacerante: in alcuni momenti avrei pagato oro per sentire la voce di un amico, di un famigliare. La gioia di imbattermi in due viaggiatori ha creato un enorme beneficio, concedendomi alcune ore di incontro, dialogo, e confronto. Le sfortune (o le fortune che mi hanno permesso una maggior immersione in quella terra) non hanno risparmiato nemmeno i miei “orpelli” tecnologici: il satellitare ha smesso fin da subito di funzionare. Forse un segnale che là fuori la Civiltà e i suoi vizi sono vacuità totale.

Prima di partire, i pochissimi amici fidati che erano stati al Nord mi avevano messo in guardia: quel posto ti cambierà. The Way mi ha cambiato: come essere umano, come esploratore, come spirito vagante in cerca di risposte, come osservatore del mondo. Nella durezza dell’esperienza vissuta insieme ai miei cani, posso affermare con una discreta sicurezza che ho compreso l’importanza dello “spogliarsi”: dobbiamo liberarci di molte delle inutilità materiali. Posso considerare The Way come la più vera metafora della vita che io abbia mai conosciuto.

The Way è stata la Via, il nostro nuovo inizio. The Way: perché dove finisce la Civiltà incomincia la Libertà.


THE WAY – A NEW BEGINNING

The Way changed me, my dogs, and our relationship. The Way clearly marks a new beginning, a new phase of my life. It changed my perception of the interconnections between the living and non-living which exist in our world, eliciting the radical idea of a sovereign nature with laws that are clear, and straightforward. Human existence on this small blue dot in the Milky Way is so random. There is no escape or hiding place here: either you’re aligned with Nature or with human Civilization. 

The Way turned out nothing like I had planned: after two days, the pulk became so damaged it could no longer be used, so the load had to be reorganised solely on the sled. The weather conditions and these unforeseen circumstances meant that I would have to adjust my plans and start all over again, calling deeply on my strength to adapt and be flexible. I learnt that Nature asks but one thing of us: the ability to adapt. Instead, men of Civilization try to manipulate and control the natural environment according to their own needs and will, acting like they’re gods, breaking ancient rules and upsetting the natural balance.

I can’t help but think of the local people who were there for my dogs and me when we had to go back and start again. They offered us a place to stay giving me the chance to repair the equipment and reorganize the expedition. The Waygave me the opportunity to meet these supportive and altruistic people.

They were curiously attracted to my dogs come from afar: six pairs of eyes and ears intrigued by every detail of a land so different from their own, six noses to the wind, six hearts eagerly waiting to go and travel to boundless horizons. The locals were quiet and watchful, their daily activities closely attuned to the weather and light conditions. No hurry, no demands. Sometimes they approached me saying “It’s cold today”, “It’s going to be tough out there”, and “You may need this, I can lend it to you” as a reindeer skin was gently placed on top of my sled.

The immense white extends as far as the eye can see. The wind is a constant presence in these lands; it is right at home here. The Northern Lights are so intense that they can touch even the most indifferent soul. Waves of light that move in the night sky with a rhythm that is inexplicable to the human eye. It’s the spirit of the Earth manifesting through a silent and unpredictable dance on clear, Arctic nights.

The Way transformed me. The ability to change and being flexible are the basic principles of adaptation. Change is so hard for the man of Civilization, just because he is unable to adapt.

My dogs and I experienced the Arctic in all its harshness: strong winds, blizzards, heavy snow, and ice characterised the expedition. We had only one sunny day: how amazing the sunshine is, so uplifting! Adi, Tayen, Tulku, Dolly, Indi and Ciuk have been my eyes, ears, legs and mind when the visibility was so poor I couldn’t see where to go. I relied on them in the most difficult situation, when we were in the middle of the storm and had to reach campsite. Adideserves special thanks: the little one, disrespected by the dog breed and racing experts because of his small size. Despite his size, he took over in this difficult situation and led the team safely to the campsite. He is a “thinking” dog with a big heart.

The Way was the experience of spending the night outside incapable of pinching the tent, with the dogs completely covered by the snow, coping with the blizzard: fifteen hours in the sleeping bag, forcing myself to stay awake to move my hands and feet so they wouldn’t freeze. In my mind, I can see the emergency cabin where we arrived the following day. I felt so much relieved to be there, where I could start a fire to dry the equipment and, so much proud in Adileading the team and getting us through the continuing storm safely yet again.

At the end of each day in the tent, feeling tired and satisfied, I showered my brave friends with pats and praise because I realized the Arctic was a tough test for them, too. I was quite amazed that they never showed any negative psychological or physical impact from the experience. During the storm, they did seem a little confused, but only to start with.

I couldn’t have asked more of them: they guided me towards what I started calling “our dream to the end of the Earth”.

Crossing frozen lakes, valleys and white expanses, I saw the Sámi’s tents and wooden huts (uninhabited in the cold season) and I clearly perceived how nature there marks and decides the rhythm of the life of all living beings, from animals to humans. Everything there owes its life to that harsh place. The natural environment is above and beyond any profit or interest. I believe that not only have I travelled through this part of the Arctic, but I have actually seen it, touched it, experienced it.

Solitude became constant, sometimes joyful, sometimes oppressive, as we traversed passes, crossed over plains and passed by forests of small birch trees under the discreet gaze of birds and moose. The feeling of being the only human presence within tens of kilometres was often very lonely: I would have given anything to hear a familiar voice. I was so happy to meet, talk and drink a cup of tea with two travellers, one day. The misfortune (or the fortune that allowed to totally immerse myself in that place) didn’t even spare my technological accessories: the satellite phone stopped working quite early on…perhaps a sign that civilization and its vices lose their grip out there.

A few friends of mine, who had been in the North before, warned me, “It’s a place that changes you”. The Way did change me as a human, as an explorer, as a soul searching for answers, as an observer of the world. This experience taught me the importance of recognizing what is truly essential, letting go of the superfluous. The Way has been the most genuine metaphor for life that I have ever experienced.

The Way is a new beginning. “The Way: where Civilization ends, Freedom begins”.

2 risposte a "THE WAY 2022 – UN NUOVO INIZIO"

  1. Grazie 🙏 di avermi dato la possibilità di seguire il tuo Way, che lascia senz’altro tracce nel mio cuore! Ogni uno deve trovare il suo Way per contribuire alla salvezza del tesoro universale- il nostro pianeta! Ti auguro ogni bene!

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