SULL’IDEA DI MONTAGNA E LA SOLITUDINE DEL FILO D’ERBA

La montagna ha un suo intrinseco fascino. Per molte persone è come un magnete: ti attira lungo i suoi sentieri, lì a toccare, palpare, quasi ossessivamente a “mangiare” ogni parte di essa. Rocce, ruscelli, fiumi, verdi prati, boschi, pinete, querce o faggi; il profumo del legno. L’odore inconfondibile del muschio o quello delle umide foglie che cadono in autunno.

La montagna ha molte facce, anzi molti volti. Può essere arida, acuminata, distensiva, rilassante. Un luogo tormentato soggetto alle intemperie improvvise del tempo. Eppure è un mondo a sé, dove quel “tempo” umano sembra subire gli effetti di un’altra dimensione: veloce, lento, di nuovo veloce. Ma sempre in equilibrio. Tutto scorre senza lasciare traccia, in una immutabilità millenaria. Ho sempre amato la montagna, forse perché più di altri luoghi – al pari probabilmente dei deserti –  racchiude, per farla poi espandere, un senso positivo di solitudine e silenzio. Mi piace chiamarla la solitudine del filo d’erba. Un filo d’erba è un’entità vivente che vive in uno stato di solitudine incredibile: è lì che fluttua all’aria e al vento. Quasi osserva. Eppure, nella sua solitudine, trae forza e robustezza da altri pochi e vicini fili d’erba. Una solitudine costruttiva, che non è isolamento ma la capacita di far rifluire la propria coscienza, di poterla ascoltare. La consapevolezza di essere in questo mondo pur non essendo di questo mondo, per usare antiche parole. Una solitudine che ha, delicatamente, bisogno dell’altro.

La montagna può essere vissuta in tanti modi. In modalità completamente differenti, compatibili o divergenti: c’è chi si dedica all’alpinismo, chi alla corsa d’alta quota, chi semplicemente cammina, chi la esplora in bicicletta. Tanti modi diversi ma accumunati, forse, da quel senso “esplorativo” innato nell’uomo. Dal quell’antico bisogno – quasi genetico – che l’essere umano ha di riscoprirsi in contatto con la natura. Anche la più estrema.

Indi, Ciuk e il loro essere Siberian Husky è il mio modo di vivere la montagna. Anzi, il nostro modo. I Siberian Husky sono ovviamente cani da grandi spazi, grandi praterie e grandi pianure innevate. Cani da e per lunghe distanze; che che vanno alla scoperta, perché per loro la linea dell’orizzonte non è altro che un punto fermo immaginario da superare. Essendo dei gran lavoratori, anche le dure salite di montagna, con loro, appaiono meno impegnative (differente è il discorso per le discese, soprattutto a piedi, ma qui è un’altra storia).

 

 

 

 

 

 

I miei cani mi hanno insegnato a guardare la montagna in un modo nuovo: a restare sempre vigile, in ascolto, attento. Non solo con la vista e l’udito, ma mediante tutti i sensi insieme. 

Ogni volta che per svariati motivi torno in quello che chiamo “mondo della in-civiltà”, ossia quello delle città, quello di un essere umano che ha smarrito il senso di sé, dell’altro e di ciò che lo circonda, resisto ben poco. La montagna è lì, con tutta la sua ricca povertà che ci invita a riprendere quota, anche in senso simbolico. Salire, andare, camminare, spingere (col monopattino o in slitta) è un richiamo irresistibile e il semplice fatto di accettarlo e assecondarlo è una vittoria per il corpo, la mente e lo spirito. Con Indi e Ciuk ho iniziato molto lentamente, con uscite di poche ore; le ore sono poi divenute giornate intere, le giornate singole si sono trasformate in uscite di due o tre giorni. Quest’ultime sono diventate periodi più lunghi, anche di nove, dieci o dodici giorni. E ogni volta sento, con i miei cani, la necessità di prolungare sempre più…

Cosa fare tutti quei giorni? Quello che la montagna suggerisce: nulla! Godersi e viversi il singolo momento presente. La tenda è la nostra compagna di viaggio, la nostra grotta artificiale, o una moderna Jaranga come più volte l’ho chiamata. Abbiamo fatto già diverse esperienze, dall’autunno all’inverno alla primavera: Indi, Ciuk ed io. E ancora faremo; in termini di escursioni e di scoperte di più giorni. Cercando di aumentare sempre più la nostra permanenza in una natura così meravigliosa. 

Ma adesso la montagna chiama, la montagna chiama sempre più e il suo richiamo, unito alla voglia di andare dei Siberian Husky, mi fa dire che lavoreremo per vivere quello che è, per loro, l’ambiente più appropriato: la neve. L’ambiente solitario e bianco con le sue purezze. Tenda, neve e Siberian Husky. Perché fare qualcosa di duraturo e lungo su neve è un nostro chiodo fisso da qualche mese… Come diceva un antico popolo: “Adagia il tuo orecchio sulla terra. La senti battere? Ti suggerisce il cammino, la tua strada. Lascia tutto e segui te stesso”.

Perché la montagna chiama. Perché i suoi spazi, i suoi boschi e suoi luoghi rompono questa quiete estiva. Sarà ora di partire?

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