I danni della Cultura Del “Poverino”: perchè il cane ha smesso di essere Cane ed è diventato Pet.

di Fra Indi

La cultura del poverino. All’inizio della mia vita con i cani, quando ne avevo solo uno, ho rischiato più e più volte di essere risucchiato da questa visione del cane: un cane umanizzato, al servizio di, come fosse un oggetto qualunque. Spesso, discostarsi da questa visione significa subire accuse, disistima e disprezzo.

Ciò che segue è frutto di osservazioni, di studio e di esperienza diretta di lavoro con i miei cani da slitta. Sono riflessioni, spesso amare e disincantate, sullo stato delle cose. Noi esseri umani civilizzati abbiamo, tra gli altri, un pessimo vizio: costruire una realtà a nostra immagine e somiglianza e confondere l’idea di buono con l’idea di giusto, anche in relazione al cane. È possibile che le mie parole risultino scomode o fastidiose per molti, stimolino dubbi e riflessioni in altri, diano conferme ad una piccola minoranza. In ogni caso, considerate questo articolo come una confessione, quasi da diario, sugli errori che potremmo evitare ma continuiamo a fare nel non considerare il cane un cane.

Prima di entrare nel merito di quella che definisco la cultura del poverino, ossia una visione distorta, oggettivata, consumistica ed umanizzata del cane, è necessaria una breve introduzione. Probabilmente, ad oggi si tratta di uno degli animali più sconosciuti tra quelli conosciuti. Come scrivono Raymond e Lorna Coppinger, nel loro testo Dogs, “quando i libri sui cani iniziano con frasi del tipo ‘I cani sono strettamente imparentati con i lupi…’ e proseguono confrontando molti comportamenti canini con quelli lupeschi, vien da chiedersi come verrebbe recepita un’ipotesi così superficiale se un libro su di noi iniziasse con ‘Gli umani sono strettamente imparentati con le scimmie…’. I cani sono certamente imparentati coi lupi, ma ciò non significa che si comportino come loro. Noi umani siamo strettamente imparentati con le scimmie, ma ciò non fa di noi una sottospecie di scimpanzé, né significa che il nostro comportamento sia simile al loro”. I cani non sono lupi, non ne rispondono alle logiche comportamentali e non vanno approcciati come tali. Il cane domestico (Canis familiaris) non deriva da un addomesticamento diretto ed artificiale che l’uomo ha compiuto sul lupo, come purtroppo sostengono ancora sia molti sedicenti ‘professionisti’ della cinofilia sia persone comuni. Nessun cucciolo di lupo è stato preso e addomesticato. Si tratta invece di una selezione del tutto naturale: dal lupo ha origine un proto-cane, ovvero un cane primigenio o originario del tutto selvatico, identificato anche col nome di cane da villaggio o da discarica. Credere che il cane sia frutto dell’addomesticamento del lupo è credere a quella che Coppinger chiama Teoria di Pinocchio: non ha ecologicamente ed etologicamente senso di esistere una simile teoria, nonostante sia ancora diffusissima. Questo lupo diviene un cane da villaggio poiché lì vi trova la propria nuova nicchia ecologica ed è da questo cane da villaggio che derivano i nostri cani domestici: il cane domestico proviene quindi da un animale che era già un cane e non più un lupo, da diverso tempo. Un’origine quindi meno fiabesca e soprattutto, in un certo qual modo, meno redditizia rispetto alla Teoria di Pinocchio. L’essere umano si accorge della presenza di questi cani e presumibilmente osserva una certa utilità nella loro vicinanza che tiene lontano eventuali predatori, altri cani selvatici e altri animali di varie specie potenzialmente problematici. Inizia così una sorta di collaborazione, non sempre tranquilla. Questi cani iniziano ad instaurare il loro rapporto con l’uomo, partecipando alla vita del villaggio. Attenzione: non avviene un vero e proprio addomesticamento e addestramento da parte dell’uomo, vi è piuttosto un assecondare e ricercare in alcuni di questi cani caratteristiche ritenute potenzialmente utili. È l’alba dell’instaurarsi di quello che sarà poi definito come rapporto mutualistico e che può essere riassunto come segue: tu fai qualcosa per me che io non riesco o non posso fare e io mi prendo cura di te dandoti da mangiare e un riparo. Progressivamente, il cane trova un implicito appagamento nello svolgere il compito (dicasi anche lavoro) per cui le sue forme mentali, comportamentali e strutturali risultano adatte e l’essere umano scopre un appagamento nel vedere il cane svolgere tale compito. Un esempio sono gli abitanti dell’isola di Pemba (Africa), osservati da Coppinger, che trovano appagante vedere i loro cani da villaggio contenti nel cacciare piccole scimmie. Un processo evolutivo che dura un periodo di tempo piuttosto breve e arriva sino ai nostri giorni, ma che porta ad avere cani domestici con una miriade di forme e comportamenti diversi per assolvere differenti lavori: guardiania, pastorizia, caccia, traino. Così nascono le “razze”, frutto di selezioni e ibridazioni sempre più definite e accurate che mirano a creare cani sempre più adatti a svolgere il proprio lavoro e a mantenere in vita quel rapporto mutualistico che trova le sue fondamenta nel passato. Naturalmente ho dovuto sintetizzare e schematizzare la storia per ragioni di spazio e per non divagare troppo dall’oggetto di questo articolo.

Soprattutto nell’epoca moderna, il lavoro di selezione non è sempre stato impeccabile, tutt’altro: questioni legate ad affari, interessi economici e mode hanno snaturato e, per molti versi, distrutto il cane. Oserei dire che oggi l’allevamento dei cani di “razza” propriamente detto, sia quello istituzionalmente riconosciuto sia quello casalingo, al cane crei nella maggior parte dei casi più danni che benefici. Il cane di “razza” e da lavoro è trasversalmente tradito: da una parte dalla chiusura genetica, con il conseguente aumento di rischio di insorgenza di patologie e tare ereditarie, dall’altra dal denaro e dal prestigio legati all’estetica fine a se stessa. Molto spesso ci troviamo di fronte al paradosso di allevamenti che producono cani da lavoro senza lavorare coi cani. Raymond e Lorna Coppinger sostengono che “nel nome della razza pura o del miglioramento di razza, gli uomini hanno catturato e ingabbiato intere popolazioni di cani, producendo forme anomale, spesso creando mostri. Questi ultimi conducono vite tremendamente tristi: possono correre e giocare solo quando il padrone glielo lascia fare, e alcuni sono incapaci fisicamente di farlo. La loro stessa forma li predispone a passare esistenze malate e dolorose. Molti cani vengono alla luce in canili, in gabbie, come prodotti commerciali. […] Continuare gli attuali programmi di allevamento che chiudono il pool genetico di una razza a qualsiasi gene nuovo è in molti casi crudele per i cani. Molte razze pure soffrono a causa di deformità fisiche: alcune sono state selezionate volontariamente, altre sono il risultato di un collo di bottiglia genetico. Anche i problemi mentali sono evidenti”. E ancora, a tal proposito, che “le razze pure sono creazioni artificiali dei club, che agiscono solo per orgoglio e denaro”.

A questo punto, si deve definire il concetto di lavoro associato ai cani. I cani domestici nascono con funzioni di lavoro, come da patto stipulato con gli esseri umani, un rapporto che è stato definito mutualistico. Questi lavori, questi compiti, erano direttamente connessi alle attività antropiche, come quelle di procurarsi del cibo, di protezione e guardiania, di trasporto e di traino. Quindi, abbiamo cani differenti a seconda delle diverse specializzazioni: cani da guardiania, cani da caccia, cani da pastorizia, cani da slitta. E all’interno di queste macroaree nascono le iperspecializzazioni: “razze” di cani da caccia specifiche per tipologia di attività venatoria, “razze” di cani da slitta specifiche per tipologia di traino e di contesto geografico, “razze” di cani da pastore, pascolo e greggi a seconda degli animali da gestire, e così via. Nel tentativo di ottimizzare il lavoro/compito specifico, l’uomo si adopera alla selezione sempre più attenta di soggetti strutturalmente, mentalmente e fisiologicamente adeguati, mirando al miglioramento dell’efficienza del cane e dunque del lavoro svolto. Un buon cane da lavoro ha da sempre rappresentato un orgoglio per i propri umani, basti pensare alle popolazioni artiche che adoperavano i cani da slitta: il migliore dei cani della muta era anche il cane che godeva di privilegi quali dormire nella tenda, nell’igloo o nella capanna, stare accanto al focolare o essere nutrito con pezzi di carne/pesce extra. Un buon cane da lavoro era scelto per la riproduzione, poiché i pattern genetici e comportamentali di un cane da lavoro possono essere tramandati solo da un cane da lavoro. Non posso pretendere o sperare che cani che non lavorano o lavorano male diano comunque una progenie di cani validi nel lavoro (certamente esistono delle eccezioni rare a conferma). Non va comunque dimenticato l’ambiente in cui il cane viene cresciuto fin da cucciolo: l’ambiente è una scuola, come si suol dire, e ne influenza senza ombra di dubbio l’apprendimento agendo sulla componente genetica ed epigenetica specifica del lavoro. Si può avere un ottimo cane da lavoro da un punto di vista genetico, ma se questo cane cresce in un ambiente completamente avulso dalla realtà lavorativa per cui i suoi geni sono votati, il cane non diventerà mai un buon cane da lavoro: potrei prendere il miglior cucciolo di cane da slitta con la migliore linea di sangue, ma se lo facessi crescere nell’ambiente sbagliato tra strade cittadine, spiagge, ombrelloni e bar e da adulto decidessi di imbragarlo per fargli trainare una bici o uno slittino il cane risulterà pessimo. Questo perché è venuto meno quello che chiamo il contesto ambientale di apprendimento, ossia uno dei tre pilastri fondamentali per cercare di avere un buon cane da slitta assieme a linea di sangue e allenamento.

In origine e per molti secoli, il lavoro del cane era di vitale importanza per la sussistenza umana, e allo stesso tempo lo era per il cane che si guadagnava cibo, riparo e calore. Ma, aspetto più importante di tutti, il cane da lavoro godeva e gode nel fare il proprio lavoro: è lo svolgere il compito la sua ricompensa; nessun premio alimentare potrà mai soddisfare un cane da lavoro come il lavoro stesso. Di questo, i cani da slitta sono un esempio eccellente: godono e traggono appagamento psicofisico nel correre trainando la slitta ed è quella la loro massima ricompensa. Correre trainando la slitta è il comportamento tipico del cane da slitta. Far lavorare un cane da lavoro è la migliore ricompensa che si possa dare ad un cane da lavoro. È un aspetto da non sottovalutare: il cane trova soddisfazione a livello mentale nello svolgere il lavoro per il quale è portato, che gli viene naturale. Ed assecondare tali predisposizioni credo significhi gratificarlo e gratificarne l’esistenza.

Nel corso dei secoli, e ahimè anche nella storia recente, il rapporto mutualistico tra essere umano-cane-lavoro non è sempre stato facile e rispettoso delle parti in causa, soprattutto del cane. Oggigiorno credo esistano possibilità di conoscenza, mezzi, strumenti e (forse) coscienza per lavorare col cane avendo molta attenzione al suo benessere. Anche perché un cane maltrattato, umiliato, pauroso, malato, sofferente non lavora o lavora malissimo. E chiunque lavora seriamente coi propri cani non vuole né può permettersi che i cani lavorino male. Esistono casi di maltrattamento, di sfruttamento e di chi vede nel cane da lavoro un oggetto? Sì. Esistono enti, istituzioni, club (sportivi e di “razza”) che insabbiano volutamente questi casi? Assolutamente. Ma generalizzare è pericoloso. Questi casi andrebbero denunciati poiché la loro condotta crea dei danni sia ai cani da lavoro sia a quanti lavorano correttamente coi propri cani, aprendo così le porte alla demonizzazione del lavoro in quanto tale e a migliaia di fanatici, spesso ignoranti e supponenti ma molto incalliti ed operosi nel portare avanti guerre ingiustificate verso il cane da lavoro e, soprattutto, nei confronti del cane che lavora.

Ci sono sempre più persone che vedono in modo negativo un cane che lavora, pur avendo magari come animale domestico una “razza” da lavoro. Ritengo che l’accezione negativa del concetto di lavoro associato al cane sia frutto di un problema antropologico legato al nostro intendere il lavoro. Il lavoro è notoriamente associato alla condizione umana di esistenza all’interno della civiltà: nasci, vieni educato e addestrato, lavori, muori. Il lavoro è quindi: obbligo, imposizione, insoddisfazione, frustrazione, strumento necessario ad avere i soldi per fare altro nel poco tempo che rimane al di fuori di esso. È fuor di dubbio che la moderna concezione del lavoro sia un male, ma questo è un altro discorso. Il lavoro, di per sé, dovrebbe essere un’attività appagante, da cui traiamo gratificazione e sostentamento. È lavoro qualunque cosa fatta con passione e serietà e la ricompensa è, o dovrebbe essere, lo svolgere questo lavoro di per sé e non, come nel nostro caso di umani civili, il denaro. Ma purtroppo il sistema in cui siamo invischiati vede nel lavoro solo il mezzo con cui ottenere del denaro e l’accumulo di denaro la nostra unica fonte di appagamento. Ecco perché credo che molte persone vedano con cattivo occhio il lavoro associato ai cani e agli animali che operano con l’essere umano: molti di loro hanno un rapporto frustrato con il proprio lavoro.

Con il dilagare della negatività associata al lavoro, la demonizzazione dei cani da lavoro che lavorano diventa quindi una conseguenza diretta. Questa demonizzazione del cane da lavoro trova la sua ragione d’esistere all’interno di quella che chiamo la cultura del poverino: una umanizzazione totale del cane che arriva ideologicamente ad affermare che considerare animale un animale sia di per sé un postulato violento e pericoloso. Ma anche l’essere umano è un animale: probabilmente la civiltà è riuscita in uno dei suoi molti intenti, ossia quello di farci perdere il senso e la bellezza della nostra animalità e disprezzarla, anche nei confronti di chi ancora vive rispettando la propria e la asseconda: come per esempio il cane da lavoro. Sarò risoluto: la cultura del poverino è impedire al cane di fare il cane; è il non vedere ed escludere aprioristicamente la possibilità che il cane da lavoro trovi appagamento e soddisfazione nel fare un determinato lavoro. Tra i portavoce della cultura del poverino pare spesso di trovare un analfabetismo funzionale che rende inutile qualsiasi forma di dialogo, anche innanzi ad evidenze scientifiche, biologiche ed etologiche. Ad oggi, la cultura del poverino continua a fare innumerevoli danni. Per esempio, non è forse questa ad alimentare cucciolate casalinghe solo perché si presuppone che la propria cagnolina abbia un impellente bisogno di maternità? O, peggio ancora, che il proprio cane maschio abbia necessità di paternità? Torniamo ad usare i cani da slitta come esempio: la cultura del poverino non è forse quella degli allevamenti ufficiali che hanno trasformato i cani da lavoro (come ad esempio il Siberian Husky) in cani da show talmente disfunzionali da non riuscire più ad essere cani da slitta?

Ma chi sostiene e diffonde questa cultura del poverino? Quelli che vedono nel cane il surrogato di un bambino e tendono a rapportarsi ad esso esattamente come si relazionerebbero con un bimbo di cinque anni? Quelli che vedono nei cani gli oggetti di sfogo di mancanze affettive, sociali e/o famigliari? Quelli che pensano di sapere cosa si un cane perchè “ma-io-c’ho-il-cane”? Quelli che pensano di formarsi su argomenti cinofili attraverso corsi autoreferenziali? Quelli che manifestano una ingenua ignoranza e mancanza di conoscenza? Quelli che, ammantati da professionismo, vendono tarocchi e sortilegi con supponenza scientista?

L’umanizzazione del cane legata alla cultura del poverino e ai suoi valori non porta alla critica e alla demonizzazione ad ampio spettro? Riflettiamoci: sono mal visti il box, il kennel, il guinzaglio, il collare fisso, l’imbrago, il traino della slitta, la conduzione del gregge ecc., perché il cane che vive tutto questo è definito, per l’appunto, poverino. Da qui il paradosso: il cane che lavora assecondando la propria etologia diviene un essere violentato e sfruttato, mentre un cane chiuso in casa dalle cinque alle otto ore al giorno, che al massimo piscia sulle piante dell’area cani, è un animale felice e “libero”. Inoltre, essendo un cane che lavora spesso anche un cane di “razza”, ne scaturisce anche la demonizzazione della selezione dei cani di “razza”, che sembrano essere accettatati e accettabili solo se adottati dai canili!

La realtà è che la cultura del poverino ha trasformato il cane da soggetto ad oggetto umanizzato. Il cane è visto sempre più esclusivamente come un animale da compagnia per il quale occorre, di conseguenza, inventare delle attività ludiche che imitino il lavoro ma vengano, in quanto ludiche, accettate dalla cultura del poverino. Un risvolto negativo di queste attività ludico-sportive è che siano “multirazza”: non tengono conto della specificità, del comportamento, della struttura e della genetica dei singoli cani e vengono praticate poiché gratificano o conferiscono un certo status agli esseri umani che le fanno svolgere. Esempi di queste attività ne conosciamo a centinaia, e ogni giorno ne vengono proposte di nuove, sempre presentate come adatte ad ogni “razza”. E questo concetto è senza senso. Certo, si dice che vi siano “razze” più adatte e favorite di altre per le loro capacità (come se si stesse parlando di esseri umani), ma che ciascuna “razza” di cane possa farle: sono attività volte esclusivamente a far divertire il proprio bambin… il proprio cane, scusate. Utopisticamente, avrebbe più senso se si selezionassero e si creassero delle “razze” ad hoc, ossia concepite esclusivamente per tali attività, ma siamo lontani da tutto questo. Con la diffusione delle attività ludico-sportive “aperte a tutti” si arriva alla totale snaturazione del lavoro in quanto tale, anche grazie al contributo di sedicenti cinofili. Così, piano piano il cane domestico da lavoro e che lavora è trasformato esclusivamente in cane da compagnia che, tuttalpiù, fa sport e attività ricreative che poco o nulla hanno a che vedere con l’assecondarne struttura e comportamento.

Con l’affermarsi e il diffondersi della cultura del poverino, notiamo anche uno dei suoi aspetti più contraddittori: sembra che questa fede ideologica non tolleri l’esistenza dei cani selvatici, ferali, da villaggio. La cultura del poverino li chiama randagi: li vede, afferma “poverini, hanno bisogno di amore e di una casa”, li accalappia, li rinchiude in un canile e si adopera (anche a suon di crowdfounding) per la loro adozione perché questi cani, poverini, devono avere una famiglia e godersi la gioia di restare chiusi in un appartamento, andare a sgambare all’area cani, andare in vacanza, pisciare il quartiere e condividere la propria vita con giocattoli e peluche o, come vengono chiamati ultimamente, strumenti per lo stimolo cognitivo del cane. Già solo l’idea di creare degli strumenti per stimolare mentalmente e fisicamente un cane (spesso anche di “razza” da lavoro) dimostra come i cani vivano in contesti ambientali non consoni. Non è che l’umanizzazione del cane creata dalla cultura del poverino non accetta la possibilità che in natura esistano cani selvatici felici di essere selvatici e privi di un “padrone”? Questi sono cani che avranno presumibilmente grossi problemi di adattamento poiché strappati alla loro vita raminga e al loro contesto ambientale di esistenza. E poco o nulla serviranno presunti percorsi di educazione o riabilitazione comportamentale, il danno è ormai fatto: il cane da villaggio libero si trova imprigionato in una gabbia dorata. È uno degli aspetti violenti della cultura del poverino. Perché questa sì che è una forma di violenza e maltrattamento, al contrario del far lavorare in una relazione mutualistica il proprio cane da lavoro. Questo rapporto distorto con il cane può essere osservato prevalentemente nei contesti civilizzati occidentali o di chi cerca ossessivamente di copiarne gli aspetti e gli stili di vita. Popoli tradizionali e indigeni, spesso al di fuori o al confine della civiltà, hanno ancora un rapporto in un certo senso originario col cane: penso ad alcuni cani nei villaggi tibetani e nepalesi, ai Masai o agli abitanti dell’isola di Pemba descritti da Coppinger con i cani da villaggio. Così come ai cani da slitta di alcuni indigeni artici che hanno ancora il coraggio di mantenere in vita una forma di esistenza tradizionale.

Una domanda: non è che la cultura del poverino ha creato ambienti e stili di vita incompatibili per il cane domestico? Sfido chiunque a dimostrarmi, ad esempio, che un cane da slitta che vive come tale sia meno appagato e contento rispetto ad un cane (anche di “razza” da slitta) che vive da cittadino in città.

Potremmo considerare la cultura del poverino responsabile, più o meno indirettamente, anche di un altro danno causato al cane. Con la demonizzazione del lavoro, nella maggior parte dei casi, i cani da lavoro vengono allevati senza alcun criterio funzionale per farne esclusivamente animali da compagnia e finiscono così in famiglie, in case, in città come se possedere un cane fosse diventato quasi un obbligo, uno status. Forse, la quasi totalità dei problemi comportamentali e di gestione dei cani seguiti da diversi professionisti cinofili (educatori, addestratori e altre figure) esistono perché cani da lavoro sono trasformati in cani da compagnia e trapiantati in ambienti non idonei? Gli allevamenti hanno una grossa responsabilità, poiché per motivi economici e di mode prediligono una produzione prettamente estetica per rendere più commerciabile il cane da lavoro con il fine di farne esclusivamente un cane da compagnia, un Pet. Questo tipo di approccio si traduce frequentemente in problemi di gestione e conseguente creazione di credenze e stereotipi errati che nulla hanno a che vedere con la vera natura della singola “razza”. Un esempio famoso di falsa credenza è proprio il Siberian Husky, di cui si legge ovunque: incline alla fuga, non risponde al richiamo, può essere distruttivo se lasciato da solo. Niente paura, l’industria cinofila dell’educazione arriva in soccorso per risolvere la qualunque. Il problema però, se così lo vogliamo chiamare, è uno solo: avere snaturato e trasformato il cane da lavoro in un peluche geneticamente e fenotipicamente lontano anni luce da ciò che dovrebbe essere. Perché, tornando ad usare il Siberian Husky come esempio, quello che oggi viene allevato in Italia dalla quasi totalità degli allevamenti ufficiali e casalinghi non è più un Siberian Husky cane da slitta ma, purtroppo, un cane informe privo di qualsiasi attitudine al lavoro e che nulla centra con il cane da slitta.

Ci imbattiamo così nel concetto di Pet. Un cane totalmente umanizzato che esiste solo per assecondare dei bisogni (alquanto dubbi) di molti esseri umani: rammentiamo ad esempio le cosiddette “razze” toy, l’apoteosi del Pet! Un rapporto distorto e malato in cui il cane non trova alcun giovamento e soddisfazione: cani nella borsetta, nei passeggini, cani con ciondoli e collane preziose, cani circondati da giochi per stimolarli, cani al bar e in piscina: assurdo, nascono le piscine per cani. Asili per cani, attività di sovrasocializzazione, e l’elenco potrebbe essere infinito. Quindi, un cane all’asilo o nella borsetta è carino, mentre un cane che corre in slitta è poverino.

Da quando il Pet costituisce la maggioranza della popolazione canina occidentale è seguita anche la diffusione esponenziale dei mestieranti dei cani: educatori, addestratori, psicologi, formatori, talvolta in stile santone o gipsy. La diffusione dei social networks ha sbaragliato qualsiasi visione para- etologica, pseudo-biologica e para-ecologica del cane: influencer di turno, educatori che fanno consulenze comportamentali rigorosamente online e altre figure mitologiche che vendono le loro teorie emozionali e relazionali a suon di corsi.

In conclusione, possiamo affermare che la cultura del poverino abbia prodotto una sedimentata serie di malintesi e incomprensioni riguardanti il cane in generale e, nello specifico, il cane da lavoro. È difficile districarsi in questa situazione in cui la confusione supponente viene per giunta largamente difesa ed alimentata da gran parte della cinofilia, ufficiale e non. Purtroppo, osserviamo la reiterazione di questo status quo perché: credere alla Teoria di Pinocchio, sostenere che i cani da lavoro siano maltrattati e sfruttati, vedere egoisticamente nei cani oggetti in grado di alleviare più o meno inconsciamente le proprie carenze affettive, trasformarli in meri surrogati e oggetti sportivi, provare a riprogrammarli per farne esclusivamente animali da compagnia e dei Pet, allevare cani di “razza” vendendo una narrazione lavorativa che non corrisponde più alla realtà e selezionarli per aspetti edonistici ed estetici finalizzati alle esposizioni e alla vendita su larga scala crea un enorme indotto economico. La cultura del poverino genera un volume d’affari immane in cui i “professionisti del settore” sguazzano: ecco perché ormai risulta difficile contrastarla, sia da un punto di vista concreto sia intellettuale.

Esistono nicchie di professionisti, ricercatori e studiosi seri che hanno a cuore il cane, la sua storia e quello che il cane è e potrebbe ancora essere, divulgando cultura e conoscenza canina degne di tale nome. Spero che il loro operare si diffonda sempre più ma ad oggi, nell’éra virtuale dei social, ciò è lontano dall’essere una realtà. Esistono persone che lavorano diligentemente coi propri cani, in cui anche l’affetto trova un suo senso. Ma queste persone, lontane dall’inserire il cane all’interno della cultura del poverino, vengono spesso denigrate e attaccate, anche con violenza verbale, mediatica e retorica dagli appartenenti e dagli apparati della cultura del poverino.

La cultura del poverino vende e vede il cane come un oggetto figlio dell’egoantropocentrismo e non più come un cane, un animale e un soggetto con cui instaurare una relazione mutualistica: condivisione di intenti comuni, affetto, vita.
Oggi, in questa miscellanea e superficiale realtà di devoti alla cultura del poverino, provare a sostenere che un cane è solo un cane è forse uno dei più grossi complimenti che si possa fare a questo straordinario animale. Alla fine, il cane è solo un cane e in questo dovrebbe trovarsi la comprensione di tutta la sua essenza più profonda e vera.


Foto di copertina: un cane pastore al lavoro ©Michelle Cecco; sei cani da slitta ©Fra Indi

4 risposte a “I danni della Cultura Del “Poverino”: perchè il cane ha smesso di essere Cane ed è diventato Pet.”

  1. Avatar Manuela Caligiuri
    Manuela Caligiuri

    Direi che mi trovo perfettamente d’accordo con il tuo pensiero.

    Mi è piaciuto molto il tuo articolo, è spunto di riflessione.

    1. Grazie Manuela, sono contento che tu l’abbia trovato interessante e utile.

  2. Avatar Barbara Crestanello
    Barbara Crestanello

    Articolo molto bello. Dovrebbero leggerlo in molti. Complimenti

    1. Grazie Mille Barbara. Sono contento che ti sia piaciuto. Un caro saluto.

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