Ci sono storie che sembrano irreali, appaiono e successivamente svaniscono. Attimi concreti o evanescenti che sembrano volerci comunicare un messaggio, un senso, una qualsiasi cosa che potrebbe, forse, risultare d’aiuto per qualcuno. Non per tutti, ma per qualche individuo forse sì. E questa è una di quelle storie.
La distesa di neve e ghiaccio sembra non finire mai. Solo il rumore meccanico della motoslitta rompe il silenzio profondo di quell’ambiente che quotidianamente si fa cullare da un inverno che sembra non avere mai fine. La motoslitta corre a velocità moderata, quasi incerta, e raggiunge la piccola casa in legno, addossata ad un promontorio con pochi arbusti e una grande foresta che si scorge in lontananza. Proprio come gli era stato indicato.
“Ehi, sei in casa?” esclama a voce alta il giovane ragazzo, togliendosi il casco. Nessuna risposta. Il comignolo fuma, il camino è acceso.
“Ci sei?”. Niente. Nulla. Il giovane gira intorno e all’improvviso si trova davanti a dei recinti con una ventina di cani che mugugnano individuandolo come presenza estranea. Li guarda, ammirato. Sono cani da slitta, creature perfettamente adattate a quell’ambiente estremo; hanno l’inverno negli occhi. Ad un tratto, un movimento frusciante e un secco cra cra lo fa voltare: un grande corvo nero lo sta scrutando, posato su un vecchio palo in legno sul quale sono incisi i punti cardinali. È decisamente intimidito da quel misterioso uccello dallo spirito ancestrale e custode di ctoni segreti, che mai si sarebbe aspettato di trovare da quelle parti. Il suono freddo e metallico del caricatore di un fucile alle sue spalle lo fa trasalire.
“È strano che un essere umano che parla italiano arrivi sino a queste latitudini. Cosa vuoi?”, domanda una voce profonda.
“Sono venuto a cercare esattamente te. Ho letto la tua storia ma nessuno mi sapeva dire dove trovarti, come se non esistessi più. Ma cerca e ricerca, alla fine penso di averti trovato”, risponde il ragazzo voltandosi per guardare in faccia il suo interlocutore.
Il fucile ora è a fianco dell’uomo con il calcio poggiato a terra. L’uomo, che passa oramai la sessantina, forse già verso i settanta, indossa una pelliccia d’orso e un cappello di lana. Barba incolta e increspata, occhi profondi e sottili, mani ruvide e pesanti.
“Quindi sei arrivato qui in Siberia solo per venire a trovarmi? Non hai ipotizzato che a me non piaccia essere trovato?”.
“Posso iniziare a prendere in considerazione l’ipotesi, vista l’accoglienza”.
La neve inizia a scendere. I cani tornano a sdraiarsi e a dormicchiare, ma sanno che a breve si tornerà a correre, che sia per procurarsi della legna o del cibo. I due entrano nella casa, costruita in legno e pietra. Il camino resta acceso per l’intera giornata. Lo strano proprietario si siede su di una vecchia poltrona, accanto al fuoco, e al giovane viene offerto uno sgabello. La fiamma del camino è intrepida e indomita: circonda i tizzoni ardenti divorando quel che resta del tannino e della resina nascosta nel legno di queste piante secolari, prese da un bosco non troppo distante.
“Vuoi un tè?”, domanda l’insolito signore.
“Sì, grazie”, risponde il timido e taciturno giovanotto.
Prende un bicchiere in terracotta e lo riempie di vino, porgendoglielo. “Ma non beviamo il tè?”, chiede. “Vedi, non sempre nella vita si ottiene ciò che si vuole. E spesso, la Grande Macchina che aliena le coscienze – che tu chiami “società civile” – non ti dà ciò che chiedi. Alimenta in te solo il desiderio, perché se desideri allora sei facilmente controllabile, disposto a scendere a infiniti compromessi pur di provare a vedere soddisfatto il tuo desiderio. Se desideri, inseguirai chimere irraggiungibili e dunque diventi e diventerai uno dei tanti burattini: il desiderio uccide la libertà come uccide la possibilità di fare emergere nel tuo spirito l’immaginare un sogno di più ampio respiro per la tua vita. Ma dimmi, perché sei venuto fin qui a trovarmi? Cosa ti ha spinto in questo deserto bianco?”.
“Ero curioso di conoscere la persona di cui ho letto interviste, articoli e i due libri scritti. Così, avendo capito che eri finito qui, nell’estremo Nord della steppa siberiana, ho cercato di organizzarmi un’insolita vacanza nel tentativo di trovarti. E sono contento di esserci riuscito. Voglio capire se davvero la tua vita rispecchia ciò che si evince dai tuoi social networks – che risultano inattivi ormai da anni – e da quello che traspare di te. Ciò che hai detto e vissuto mi è entrato dentro, ma nutrivo la speranza di conoscerti”.
“Ah”, esclama ridendo un po’ stizzito, “i famosi social networks: come li detesto. Più passano gli anni e più odio quegli strumenti mistificatori. Traggono in inganno, assorbono il soffio vitale e diventano un mondo parallelo. Ormai, in questa mia stagione del tramonto, li ho completamente ripudiati. Usali ma stanne alla larga: pensi di riuscirci?”.
“Ci posso provare”.
“Bravo, provaci. Lì è tutto finzione, inseguimento di fama e vana gloria. E se sei vero, se ti dimostri pensante e capace di ragionamento allora non vali un granché, in quella dannata realtà virtuale. E fai quindi la fine del sottoscritto. In ogni caso, ora sei qui e mi hai trovato: come vedi non sono chissà cosa, ho una piccola casa, i miei cani e qualcosa con cui scaldarmi e mangiare. Forse, ho la libertà, ma non ne sono del tutto sicuro.”, dice sorridendo l’uomo, sorseggiando un poco di vino.
“Ma scusa, che fine avresti fatto?”.
“Subire la più totale indifferenza dei molti. Ma ti dirò, se all’inizio non me ne capacitavo, ora sono sempre più convinto che quantità e qualità non vadano d’accordo. Ho deciso di sparire allontanandomi da molte futilità mondane: rarefazione. La vita ha bisogno di piccole cose per essere autentica. Cerca la qualità, ragazzo, inseguila, falla tua. È meglio riuscire ad arrivare al cuore di una sola persona o passare la vita a cercare di colpire l’anima di migliaia di individui?”.
“Una sola persona, però il mondo lo si cambia cercando di arrivare a tanti individui, e magari senza ritirarsi come un eremita”, afferma il giovane, cercando di provocare il suo interlocutore.
“Non cadermi in questa tiritera narrativa. Il mondo non va cambiato. Il mondo non deve essere cambiato. E se un essere umano o un manipolo di esseri umani hanno l’arroganza o la presunzione supponente di voler cambiare il mondo oppure anche solo una parte di esso, allora non si è capito nulla né del mondo né della vita. Tu non devi cambiare il mondo. Tu devi cambiare la tua realtà, la tua società. In poche parole devi uccidere la Civiltà, poiché è lei che ci schiavizza e ci nega la libertà. E sai come devi fare?”.
“Sinceramente no. Mi stai un po’ confondendo ora”.
“Cambia te stesso. Cambia te stesso e il modo in cui ti hanno educato a vedere il mondo e cambierai la realtà della tua società, mettendo in moto quel meccanismo che potrà destabilizzare e cancellare il processo di civilizzazione del mondo, che non è altro che una alienazione delle coscienze della collettività. Ho vissuto due presunte pandemia, assistito alla nascita e cessazione di quella che è stata chiamata Terza Guerra Mondiale per poi vedere nuovamente l’umanità civilizzata lavorare alla ricostruzione di una realtà ancora più alienante in cui l’umanità, il suo senso e il proprio significato erano completamente spariti dall’orizzonte della vita della persona comune, della massa. La Civiltà è il problema. Punto. E di questo ne sono sempre più convinto.”.
I bicchieri sono vuoti. L’uomo fa perno sulle sue ginocchia e si alza, andando a prendere una vecchia teiera in ceramica. “Che fai ora?”, domanda il giovane. Lui studia all’università, è all’ultimo anno e sta impazzendo con la tesi: il suo relatore è quello che potremmo definire uno stronzo. E ahimè, molti stronzi finiscono per insegnare nelle scuole di ogni livello riversando sui propri allievi le proprie frustrazioni di una vita insoddisfacente e grigia.
“Non volevi il tè?”, gli risponde.
“Sì, ma poco fa mi hai detto che non sempre si può ottenere ciò che si vuole e poi non immaginavo che l’avresti fatto dopo aver bevuto del vino”.
Versando dell’acqua nella teiera e mettendola sulla stufa calda, dice: “Certo che non si ottiene sempre ciò che si vuole. Ma tu, in questo momento hai smesso di volerlo e desiderarlo. L’universo ci abbraccia e ci culla, attraverso le sue leggi; ci dona tutto e lo fa attraverso la forza della Madre Terra. Tutto accade e tutto capita, soprattutto quando meno ce lo si aspetta. Così è in natura, così dovrebbe essere nella vita libera, ma…”. Prepara un tè nero, a foglie sfuse: proviene da una regione dell’Asia, ai piedi dell’Himalaya: è un dono che un amico gli fece anni prima quando tornò da un viaggio.
“Cosa stavi dicendo? Hai detto così dovrebbe essere nella vita libera, ma… e ti sei fermato”
“Non sei in grado di finire la frase?”
“No, certo che no, come potrei?” Chiede lui.
“…ma siamo schiavi. Non siamo più parte di una vita davvero libera. Ci crediamo liberi ma siamo perennemente schiavi”.
“Quindi questo discorso rientra in tutto ciò che normalmente hai sempre sostenuto quando criticavi e critichi radicalmente la civiltà?”.
“Esattamente, vedo che allora non ho scritto né parlato invano”.
“No no, anche se ammetto di non aver letto sempre tutto”, ride. Ridono.
“E i tuoi cani cosa c’entrano in tutto ciò?”
“I cani sono la mia famiglia, ma non solo. Sono il medium, il mio tramite attraverso cui percepisco le impressioni della Madre Terra. Io vedo con i loro occhi, sento con le loro orecchie, respiro con i loro polmoni, carpisco la neve e la terra con le loro zampe. Ci tiene uniti un legame indissolubile: muoiono i cani, muoio io. Muoio io, muoiono i cani. E i miei cani non permetteranno mai che mi accada qualcosa, e ciò vale anche per me. Il mio rapporto con loro è talmente viscerale che anche il freddo e l’inverno sono diventati la mia famiglia. L’inverno non è ostile, bensì mi mostra l’essenzialità e nel suo bianco mantello non posso che riscoprirmi ogni volta come un elemento pulsante del Tutto”.
“Quindi sono un modo per toccare la libertà, i tuoi cani?”.
“Certo, sicuro”.
Il tempo passa, scorre. Decidono di uscire, nonostante il freddo. Il giovane pare essere a suo agio nello stare con i cani e loro iniziano ad accettarlo volentieri, facendosi coccolare e grattare per bene. La neve non scende più; il silenzio di un mondo di ovatta naturale circonda ogni cosa: dagli arbusti, al tetto della casa, alla slitta. L’uomo va a rabboccare il camino. La luce del tardo pomeriggio inizia ad affievolirsi, e il pensiero corre repentino al sole nascosto dietro le nuvole, a ricordare come la verità esiste anche quando non la si può vedere ad occhio umano. Chiacchierano ancora un poco, prima che il giovane riprenda a ritroso la via di casa, con la sua motoslitta noleggiata non lontano da lì.
“Pensi di fare altri viaggi con i cani?”.
“Intendi spedizioni?”, risponde gesuiticamente.
“Sì, esatto, come quelle che hai fatto in passato”.
“Due volte a settimana – risponde l’uomo – percorro almeno cinquanta chilometri di sola andata per andare a procurare qualche provvista per me e per i cani, cacciando gli animali che riusciamo a prendere, da cui poi ricaviamo molto, e nulla va sprecato. Inoltre, non lontano c’è una grande foresta, da cui prendo la legna per scaldarmi. Queste sono le nostre spedizioni, ora”. Un attimo di pausa, nella quale accarezza il suo cane leader. “Questi sono i nostri viaggi, le nostre spedizioni, ma non si può mai dire l’ultima parola… Il giorno in cui sentirò avvicinarsi l’ultimo, ovvero la fine di questo mio passaggio terrestre, prenderò i miei cani, li imbragherò, caricherò la slitta e partirò fino a quando avrò forze, fino a scomparire nel più bianco inverno. Insieme ai miei cani, libero, come ho sempre cercato di vivere”.
Ringraziando per il tempo trascorso insieme, il giovane chiede ancora: “Ti faccio un’ultima domanda: quindi, come posso fare per diventare libero, davvero?”
“Non ho la risposta a questo quesito. Io cerco di seguire le leggi della natura e della Madre Terra e aborro ogni legge della Civiltà e dei suoi Stati schiavisti. Mi sono allontanato anche per questo: per fuggire dalla violenza e dalla coercizione delle istituzioni. Quello che posso darti è un suggerimento: inizia ad essere, solo in principio, un poco egoista. Mi spiego: cerca di lavorare per te, di dedicarti a te stesso. Man mano che andrai avanti in questo cammino ti renderai conto che tu, diventando una persona migliore di quanto non sia già, di riflesso farai del bene anche a chi ti sta intorno. Devi compiere un lavoro su te stesso volto ad elevare la tua coscienza, una vera evoluzione – che nulla c’entra con le idiozie scientiste – ricordandoti in primis di te stesso. Ascolta la Madre Terra e le sue leggi; diffida e dubita della civiltà e soprattutto non temere di criticarla radicalmente. Ti daranno del pazzo, ma ti chiedo: meglio un pazzo che ci vede ed è capace di sfiorare la libertà nel tentativo di raggiungerla o un presunto sano, ossia un presunto non-pazzo, completamente cieco, assuefatto e alienato dal processo di civilizzazione e dai suoi macabri valori?”.
Si abbracciano e si salutano. Il giovane è pienamente consapevole che non rivedrà più quell’uomo di cui ha letto molto, finito a vivere ai confini di un mondo estinto ormai da secoli. La motoslitta fugge veloce verso casa, perdendosi nel bianco deserto. La sera, davanti al fuoco, quell’uomo solitario, dopo aver fatto pasteggiare i propri cani, si accende la pipa e prende un libro che sta ultimando di leggere su una spedizione artica di un esploratore dei primi del ‘900 che ha sempre amato molto, Paul-Emile Victor. Ripensa all’incontro di quella giornata, che ha interrotto la sua monacale routine e a quel ragazzo, e dice a se stesso: persone così ti fanno credere e avere speranza che un’umanità migliore possa prima o poi sorgere nuovamente.



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