
Sono arrivato a quello che considero un giro di boa da un punto di vista comunicativo, anche per quello che concerne l’uso dei social networks. Il mio utilizzo contenuto dei social media ha sempre avuto l’obiettivo esclusivo di assecondare il desiderio personale di condividere e divulgare un pensiero e una visione cercando di far passare un messaggio e dare spunti di riflessione; non quello di mettere la mia vita con i cani in vetrina come strumento per raggiungere la notorietà. Non ho mai cercato né ambito alla fama e non ho mai considerato l’esplorazione e il mushing mezzi per arrivare alla famosità (mi sia concessa la licenza creativa del neologismo), contrariamente a quanto molto spesso accade.
Ho sempre ricercato una certa qualità: nelle relazioni, nel lavoro, nella mia vita con i cani. Per questo motivo credo sempre più che la visione che porto avanti necessiti di linearità, oggettività e assenza di ipocrisia anche nel suo esistere su piattaforme comunicative virtuali. Con il tempo, ho cercato di manifestare apertamente il valore culturale e spirituale del mio lavoro. A tal proposito, non ho fondato né un’associazione sportiva, né una società a scopo di lucro con e-shop e tutto il classico corredo. Ho fondato una Associazione Culturale, che ho l’onore di presiedere.
Come già affermato anni fa, negli ultimi tempi si è visto – soprattutto sui social media – un incremento esponenziale di narrazioni falsificate e volutamente mistificate che spesso non hanno un riscontro coerente con il dato reale: nel mondo che mi riguarda, ovvero esplorazione e mushing, e – in generale – in gran parte della vita dell’umanità moderna. L’obiettivo pare non essere mai quello di vivere e poi raccontare bensì l’esatto contrario: narrare una storia che poco c’entra con la propria vita ma che è allettante da un punto di vista di narrazione da social e quindi per i mass media. È la creazione di un grande Truman Show, a cui si abbocca come pesci all’amo.
Ho potuto anche osservare che molte e forse troppe persone non seguono il mio lavoro, i suoi contenuti e argomentazioni per interesse reale, ma esclusivamente per una forma che oserei definire feticista verso le mere e semplici immagini fotografiche dei miei cani. Lecito, seppur in parte svilente verso ciò che faccio e sintomatico di analfabetismo cognitivo verso “ciò che si sta seguendo”, ahimè una forma di analfabetismo diffusissimo in questa epoca in cui l’intelligenza umana sembra aver abdicato al proprio ruolo a favore, magari, di quella artificiale. Inoltre, osservando i molti profili italiani delle persone che seguo e mi seguono ho notato un’evidente mancanza di coerenza e logica narrativa in chi si decide di seguire, quasi fosse frutto della più totale incapacità di scegliere; come se il dito della mano verso il tasto “segui” viva una vita propria e operi ad cazzum! Queste osservazioni mi hanno portato a decidere di scremare le persone che seguo sui social, non per disprezzo, inimicizia o chissà quale altro sentimento negativo: solo e semplicemente perché ritengo che non si possa seguire il sottoscritto e contemporaneamente personaggi che offrono una narrazione di sé o di ciò che fanno agli antipodi rispetto al messaggio che viene portato avanti con il mio lavoro. Come mi è capitato di scrivere più e più volte, non ho bisogno di followers, perché non sono schiavo della followercrazia – contrariamente a molti vostri “beniamini” da social – ma necessito dell’incontro concreto con le persone. E una delle capacità che reputo degne di nota degli esseri umani è quella del discernimento: sui social networks così come nella vita reale amaramente ne vedo poco.
Non sono un influencer, un content-creator, un travel-blogger e altre stramberie; e forse non sono mai stato sufficientemente chiaro riguardo ad un punto fondamentale, quindi ora lo scrivo nero su bianco: la vita che vivo, tutto ciò che faccio coi miei cani o senza i miei cani, esiste e continuerebbe ad esistere così come lascio intravedere, con o senza seguito virtuale, che io abbia zero followers o migliaia. La followercrazia è un regime a cui non sono devoto e di cui non sono schiavo. E voi? Per non parlare poi del fatto che si tenda sempre più a dare importanza e rilevanza a narrazioni violente, volgari, fittizie e polemiche, volte solo ed esclusivamente a creare engagement e numeri.
Nel regime followercratico in cui viviamo ho ancora la speranza, forse utopica, di circondarmi di persone e non di numeri. E da oggi, è la direzione in cui voglio intraprendere anche a livello comunicativo. In una società e in un ambiente fatto di forma, quantità e algoritmi numerici, scelgo di vivere e lavorare per sostanza e qualità.
Spero nessuno si senta offeso, ma la realtà spesso assomiglia più ad un pugno nello stomaco che ad un mazzo di rose.
Fra Indi
foto di Francesco Guerra


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