di Fra Indi
Esistono molti modi per compiere delle spedizioni. In passato, individuare un finanziatore e armare una nave era il modus operandi che andava per la maggiore, indipendentemente dal tipo di spedizione tecnica che ci si accingeva a realizzare. Pensiamo alle esplorazioni polari dell’epoca d’oro (metà dell’800 fino agli anni ’30 del xx secolo), ma anche a quelle più addietro fino ai viaggi esplorativi del più celebre esploratore dell’antica Grecia, Pitea di Massalia, vissuto nel iv secolo a.C., le cui spedizioni verso il Nord e l’artico, a bordo di piccole navi, si perdono in racconti che sconfinano nel mito e nel poema eroico.
Oggi, in questa nostra modernità in cui potrebbe sembrare più semplice districarsi tra i dedali della realtà e discernere ciò che è vero da ciò che è verosimile, risulta invece essere sempre più difficile comprendere il significato dell’esplorazione e del suo senso reale. Tutto è incentrato su una narrazione trionfalistica, performativa, da record creando così una commistione di generi tra esplorazione e sport. Oggigiorno, infatti, ciò che vediamo sono “imprese” sportive più che esplorazioni. Con questa affermazione non si vuole certamente sminuire il valore di tali “imprese”, bensì provare a riaffermare il concetto che sport ed esplorazione difficilmente possano coincidere.
L’esploratore deve certamente mettere in conto un minimo di preparazione fisica, che tuttavia non sarà mai il fine ultimo di una spedizione e non ne occuperà che una parte marginale del tempo dedito alla progettazione. Amo particolarmente quegli esploratori che si allenano testando le attrezzature che saranno loro utili o che ricercano condizioni atmosferiche similari a quelle che molto probabilmente incontreranno (a dire il vero, questi individui sono pressoché estinti). Viceversa, mi lasciano notevoli dubbi tutti i sedicenti esploratori che compiono lunghe sessione di allenamento finalizzate a garantire un’ottima efficienza performativa durante la loro “spedizione”, che casualmente coincide quasi sempre con un presunto record infranto.
Qui vi è una similitudine interessante tra l’esplorazione e il mushing: entrambi non possono essere ridotti a mero atto atletico e sportivo. Così come il mushing e lo sleddog non sono strettamente uno sport, nell’accezione generica del termine, analogamente non lo è l’esplorazione. Entrambi sono, a parer mio, uno stile di vita che abbraccia una visione: non possono ridursi esclusivamente all’azione pratica specifica (la spedizione per l’esploratore e l’uscita su slitta per il musher) ma abbracciano un universo più ampio fatto anche di pause, più o meno lunghe. Sì, perché altra caratteristica nefasta degli pseudo-esploratori moderni, che dovrebbero essere nominati più correttamente e semplicemente “sportivi”, è quello di creare dei prodotti di consumo e continuare a produrre materiale: nello specifico, continuare a “viaggiare” e fare, per alimentare la propria immagine e nutrire virtuali algoritmi che tengono in vita le proprie verosimili narrazioni. Mai una sosta, mai un fermarsi. Una “spedizione” dietro l’altra, ininterrottamente. È la produzione consumistica di massa – e per la massa – di un bene immateriale volto al mantenimento di una notorietà e fama che necessariamente viene ricercata.
Eppure, penso che un esploratore necessiti anche di lunghi tempi (e silenzi) per far sedimentare i propri sogni e la propria immaginazione, oltre alle proprie esperienze passate. E questo, per l’appunto, richiede tempo e tempi che la modernità, la ricerca di fama, la vanità e l’ego-antropocentrismo non possono permettersi di concedere. Un’impresa sportiva può essere compiuta in continuo intervallando specificatamente queste fasi: allenamento-messa in pratica-riposo, allenamento-messa in pratica-riposo e così via. Un riposo che non coincide con la sedimentazione spirituale dell’esplorare, risultando bensì semplicemente volto alla possibilità di riprendere il prima possibile gli allenamenti per poter effettuare l’ennesima azione sportiva, inseguendo l’ennesimo record. Capite bene come, seppur tutto ciò sia legittimo, poco o nulla sia accumunabile con l’esplorazione.
Mi sia concessa una breve digressione che mi tocca da vicino, riguardante il rapporto cani da slitta-esplorazione. Fare l’esploratore coi cani da slitta è sicuramente un’esperienza esistenziale notevolmente ricca e soddisfacente, che ben si concilia con l’importanza del concedersi dei tempi di sedimentazione immaginifica e dei propri sogni precipua dell’esplorare. Infatti, i cani necessitano una preparazione, più o meno lunga, e uno stare con loro che non può ridursi alla sola spedizione. I cani vanno allenati, preparati, accuditi, nutriti ogni giorno; coi cani si deve instaurare un rapporto di fiducia e rispetto, coi cani si gioca e si passano momenti di dolcezza e affetto. Coi propri cani da slitta si passa l’intera vita, ogni giorno dell’anno. Si comprende bene come risulti ben più difficoltoso (ma a parer mio enormemente entusiasmante) preparare una spedizione coi cani da slitta rispetto ad altre modalità, sia in termini di costi sia in termini logistici. Una bicicletta può essere riposta nel garage, una canoa in soffitta, una barca attraccata lungo il molo, le scarpe tecniche in un armadio; i cani no. I cani non possono essere parcheggiati finita una spedizione, perché non sono strumenti né oggetti: loro vivono e ci sono, sempre. Basti pensare anche solo agli spazi necessari a garantirne il benessere psico-fisico o alle soluzioni di trasporto. Ecco perché i tempi dell’esplorazione si sposano bene con i tempi del mushing vissuto come stile di vita: mentre si accudiscono i cani, li si allena, li si coccola e se ne condivide la vita, si ha il tempo per poter dedicare le proprie energie spirituali e mentali alla spedizione che verrà: tra un anno, tra due anni o tra dieci anni, poco importa.
Le spedizioni viste e vissute come sport e atti sportivi, seppur lecite, nulla hanno a che vedere con l’esplorazione in senso stretto poiché si limitano al mero dato performativo, magari ammantato da un significato esistenziale che però – agli occhi più attenti – risulta essere spesso conferito a posteriori quale pretesto per mascherare il vero volto di tali azioni: la performance, la ricerca del record, l’elogio atletico e, dunque, la fama e la notorietà, poiché il circo mediatico si nutre bulimicamente dell’esaltazione atletica della performance. L’ho scritto più e più volte: fare l’esploratore coi cani da slitta è obiettivamente ed oggettivamente più complesso – ma per questo secondo me più soddisfacente ed entusiasmante – del fare l’atleta carnevalescamente mascherato da esploratore. Sono due mondi agli antipodi, nelle finalità e nell’essenza. Prima forse ce ne accorgeremo e prima forse eviteremo di fare di tutta un’erba un fascio, regalando appellativi che servono solo, come si suol dire, a farsi belli coi mass media.



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